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Le principali cause di contenzioso odontoiatrico

Quando parliamo di contenzioso per responsabilità sanitaria poniamo la nostra attenzione sulle aree di maggior rischio e pensiamo alla chirurgia, ortopedia, ginecologia ed ostetricia, come pure alla oncologia ecc., quali discipline nelle quali si annida con più facilità il pericolo di essere coinvolti in una causa.
Può sorprendere, ma le statistiche in materia segnalano anche l’odontoiatria tra le aree a maggiore vertenzialità: il tredicesimo rapporto Pitsalute di Cittadinanza attiva pone, infatti, l’odontoiatria al terzo posto, con una percentuale di cause superiore al 9% nel periodo dal 1996 al 2009.
A questo dato si pone poca attenzione perché il contenzioso in questo campo fa poco clamore, difficilmente assurge per i mass media a fatto con alto tasso di notiziabilità o redditività giornalistica, generalmente perché il settore è connotato da interventi routinari.
Ecco un esempio di sentenza in ambito odontoiatrico:
“Posto che l’esecuzione di un intervento di protesi dentaria deve ritenersi di agevole ed abituale esecuzione, è correttamente motivata la decisione di merito che abbia ritenuto gravemente colposa la condotta del medico odontoiatra il quale, dopo avere realizzato una protesi provvisoria, debba attendere un notevole periodo (nella specie, diciotto mesi) senza che si sia provveduto alla realizzazione dell’impianto definitivo, così favorendo l’insorgenza di fenomeni irritativi delle mucose gengivali, con conseguente produzione di danni patrimoniali a carico del soggetto interessato dall’intervento”
(Cass. civ. sez. III, 24-04-2008, n. 10668).

Quali sono le cause che alimentano il contenzioso in odontoiatria?

 

Secondo i dati rinvenuti (fonte Introna), circa i due terzi delle contestazioni riguardano l’implantologia e le protesi.

L’analisi non è semplice perché il contenzioso, in questo campo più che in altri, ha una genesi multifattoriale e le ragioni che lo incrementano sono policrome.

01. L’aumentata attenzione del paziente al risultato estetico (aspettative di conseguire il risultato atteso, minore indulgenza rispetto all’insuccesso terapeutico);

02. Le mutate ed aumentate esigenze del paziente, alimentate dalle innumerevoli informazioni pubblicitarie riguardanti le cure e le terapie odontoiatriche, spesso fuorvianti e non corrette, o da informazioni e dati assunti tramite fonti web;

03. Il maggior numero di pazienti che hanno accesso alle cure odontoiatriche;

04. Le elevate aspettative del paziente sovente incrementate dai consulenti tecnici di parte o dai legali, spesso in assenza di una preventiva attenta distinzione tra “complicanza” ed “errore”;

05. La realizzazione di piani terapeutici complessi a fronte di cospicui costi a carico del paziente;

06. L’allarmismo mediatico derivante dai casi di cronaca riguardanti la medical malpractice;

07. La riduzione del tempo dedicato dal sanitario al rapporto “di fiducia” con il paziente ed all’informazione approfondita sulla situazione clinica, sulle possibili alternative terapeutiche e sui risultati ragionevolmente e verosimilmente ottenibili;

08. La mutata percezione, da parte del cittadino, dell’immagine del medico-odontoiatra e del concetto di diritto alla Salute, anche ad opera dei mezzi di comunicazione;

09.L’esistenza di norme che incentivano l’azione legale.

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La responsabilità sanitaria: evoluzione normativa

 

La responsabilità professionale in odontoiatria, oltre le specificità fenomenologiche del settore, non ha nulla che la differenzia, quanto al dato normativa, dalla più generale categoria della responsabilità professionale nel generale settore sanitario e, più nello specifico, della responsabilità medica.

In particolare il quadro ordinamentale è lo stesso, cioè è connotato da medesimi referenti normativi.

Per cui in questo campo, come in quello generale della responsabilità sanitaria, ancorato per molto tempo alla disciplina comune contenuta nei codici (penale e civile), l’assetto normativo è rimasto immutato dal 1930 (per quanto riguarda il settore penale) e dal 1942 per quanto riguardo il sistema civile.

Prima la legge Balduzzi…

 

Un primo intervento mirato a differenziare la disciplina di settore è riconducibile al d.l. 159/2012 (cd. decreto Balduzzi), il quale, nella sua stesura definitiva risultante dalla legge di conversione (l. n. 189/2012), ha previsto che “L’esercente la professione sanitaria che nello svolgimento della propria attività si attiene a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica non risponde penalmente per colpa lieve.

In tali casi resta comunque fermo l’obbligo di cui all’articolo 2043 del codice civile.

Il giudice, anche nella determinazione del risarcimento del danno, tiene debitamente conto della condotta di cui al primo periodo” (art. 3).

Ma, come è noto ai cultori della materia, la mutazione di prospettiva da parte del legislatore in sede di conversione del decreto legge, ha modificato il codice genetico dell’intervento legislativo.

La situazione ha lasciato liberi spazi di così ampia portata nei quali la giurisprudenza si è inserita per colmare le lacune, spesso con interpretazioni discordanti tra le diverse corti di merito (tali da alimentare incertezza), ovvero non in linea con la finalità conclamata della riforma.

 

…e poi la legge Gelli

 

In questo scenario si è inserita la legge n. 24/2017 (cd. legge Gelli), la quale, nel ritornare sulla materia, quanto al versante della responsabilità, rappresenta quasi un naturale sviluppo della l. n. 189/2012, i cui principi sono rimasti come fondamenti del sistema, ma la cui operatività pratica è stata profondamente immutata attraverso una operazione sistemica di adattamento delle sue disposizioni alla prassi applicativa emersa in sede pretoriana, di cui in molti casi ha anche ricomposto il contrasto.

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